Phnom Penh e i suoi fantasmi

Non è una città facile.
E non è assolutamente bella.
E’ impossibile innamorarsi di Phnom Penh, o desiderare di tornarci infinite volte.
Phnom Penh ti stanca, ti lascia a fine giornata con un mal di testa lancinante e tanta tristezza addosso.
Phnom Penh ti annienta.
Ma, se tornassi indietro, sceglierei di visitarla di nuovo?
Sì, assolutamente sì.

Phnom Penh è un caos davanti al quale Bangkok diventa una cittadina tranquilla e vivibile.
Phnom Penh è l’infischiarsi apertamente di ogni regola, a partire da quelle stradali.
Phnom Penh è i tuk-tuk con la protezione anti-scippo.
Phnom Penh è i bambini che giocano nella spazzatura, nudi.
E quelli che – davanti alle principali attrazioni turistiche – insistono fino allo sfinimento per farti comprare le loro cianfrusaglie.
Ma, soprattutto, Phnom Penh è la sua storia che non solo ti spezza il cuore, ma ti fa odiare il mondo e gli esseri umani.

Phnom Penh

Era il 1975 quando la Cambogia versò nel suo periodo più nero ed ha assistito al suo auto-genocidio.
Cambogiani che uccidono altri cambogiani, in nome di un’utopia senza il minimo senso.
Ragazzini appena adolescenti che, indottrinati a dovere, diventano assassini e torturatori.
Un normalissimo liceo vicino al centro della città che si trasforma, dall’oggi al domani, in un luogo di torture e prigionia.
Neonati assassinati barbaramente per impedire le possibilità di vendetta future.
Un numero di vittime impossibile da quantificare, ma si stima sia stato circa 25% della popolazione cambogiana.
Si parla di un minimo di 800.000 e un massimo di 3 milioni di persone, uccise dal loro stesso popolo.
In poco più di tre anni.

I killing fields di Choeung Ek e l’ex liceo Tuol Sleng vi mostreranno questa storia, ve la racconteranno con un audio-guida anche in italiano, aricchita con le testimonianze dei sopravvissuti, di chi quei luoghi li ha vissuti sulla propria pelle e vi ha visto sterminata interamente la propria famiglia.
Vedrete le fotografie dei prigionieri, le espressioni annichilite sul volto di alcuni, rabbiose e agguerrite negli occhi di altri.
Ci sono ancora le fosse comuni, gli abiti delle vittime nelle teche, persino l’albero contro il quale sono stati massacrati tantissimi neonati.
Quando piove, dal terreno emergono ancora ossa e resti, come se i ricordi non avessero la minima intenzione di tacere.

Phnom Penh: l'ex liceo Tuol Sleng

Phnom Penh: i resti nello stupa commemorativo di Choeung Ek

Phnom Penh: Choeung Ek, una delle fosse comuni

A Phnom Penh da vedere non c’è molto altro.
Il Palazzo Reale è piccolo e molto meno sfarzoso rispetto a quello di Bangkok, l’atmosfera è rilassata e i turisti sono pochi.
Avevo letto opinioni sottotono, ma a me è piaciuto moltissimo, immerso in uno splendido e pacifico giardino.
Ci sono altri tempietti – come Wat Phnom – che sono carini, ma trascurabili.
Semplicemente, Phnom Penh è altro da questo e basta poco per capirlo: avevamo fatto una lista abbastanza lunga di cosa vedere, includendo molte attrazioni che – una volta arrivati lì – abbiamo evitato.
Phnom Penh non è un posto adatto ai turisti, che vengono usati e presi in giro.
Gli stessi poliziotti si prendono gioco di voi, sono in combutta con i guidatori di tuk-tuk, non danno informazioni.
I mendicanti insistono, inseguono, non danno pace.

Phnom Penh: Palazzo Reale

Phnom Penh: Wat Phnom

Phnom Penh è questa.
Una donna bruttina con un terribile passato alle spalle e che non fa niente per apparire migliore di così.
Non si trucca, non sorride, non si agghinda: si fa guardare solo da chi non pretende abbellimenti da lei e – se altri non vogliono vederla – va bene lo stesso.
Prima di visitarla ero perplessa perché temevo che non sarei riuscita a capirla, ma che al mio ritorno avrei portato con me solo un grosso punto interrogativo.
E non so se l’ho capita, non credo che un giorno e mezzo basti per farla.
Quello che penso è che non ci sia un bel niente da capire.
Non si puo’ comprendere un popolo che ha vissuto una storia tanto drammatica, non ci si puo’ nemmeno provare, secondo me.

Phnom Penh non è bella, è vera e non potrebbe essere meglio di così.

Tre settimane in Thailandia e Cambogia: Phnom Penh

 

Follow:
Share:

7 Comments

  1. 5 ottobre 2016 / 13:28

    Noi non siamo riusciti a fare foto all’interno del campo di concentramento…troppo dolore… la ferita è talmente recente…

    • 5 ottobre 2016 / 13:29

      Io ne ho fatte 5, e col telefono, non ho avuto la forza di tirar fuori la macchina fotografica.

  2. 7 ottobre 2016 / 10:19

    Mamma mia che roba Eli, sono un po’ senza parole di fronte a questo tuo articolo. Non è facile provare a immergersi nella storia, nel passato e nel presente di un luogo così tormentato. Mi hai messo addosso un gran senso di rassegnazione. Però sono convinta che tu sia stata contenta di aver visto e provato a capire questa città, forse valeva la pena!

    • 7 ottobre 2016 / 13:22

      Io sono stata contentissima, sono riuscita a tornare con un’idea tutto sommato positiva, nonostante tutto.
      La storia di Phnom Penh è terribile, un’angoscia totale.

      Un bacio bella 🙂

  3. 7 ottobre 2016 / 18:08

    Ti ho già detto vero che i tuoi post su questo viaggio sono incredibili? Questi luoghi sono come pugni nello stomaco, ma credo che faccia assolutamente bene prenderli. Sulla propria pelle si riescono ad imparare cose che sui libri è addirittura impossibile leggere.

    • 7 ottobre 2016 / 18:31

      Grazie Marghe❤️
      Vedere questa città è stato un contrasto di emozioni continuo, ma sono molto contenta di aver conosciuto queste realtà.

  4. Macs
    15 luglio 2017 / 17:53

    A me la fotocamera l’hanno scippata due ragazzetti in scooter, prima ancora che entrassi all Museo..

Rispondi